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14 aprile 2013

Luna, Giove e le sue lune

Non è ancora troppo tardi, se vi affacciate adesso e guardate diritti in direzione ovest sarete in grado di vedere una bella falce di Luna e poco distante giusto qualche grado più in alto un altro punto luminoso: Giove, il più grande dei pianeti del sistema solare.

Luna e Giove sono molto distanti, ma in questo squarcio di primavera sembrano così vicini che ho deciso di scattare uno foto ricordo e, sorpresa, sulla "pellicola" digitale è rimasta impressa anche la debole luce delle lune di Giove. Scaricatevi la foto nella sua risoluzione originale da questo link e zoomate su Giove e scoprirete una serie di puntini in diagonale che scendono verso l'angolo in basso a destra della foto. Quello più luminoso è Ganimede e vicissimo a lui, tanto da sembrare una deformazione c'è Europa. Più staccato c'è Callisto e invece praticamente appiccicato a Giove potete vedere Io.

Adesso che vi sapete orientare tra le lune di Giove potete anche guardare l'immagine nella sua bellezza originale, senza manipolazioni.

17 gennaio 2013

L'odore dello spazio

Abbiamo già detto come, nonostante il nostro senso dell'olfatto non sia particolarmente sviluppato, gli odori abbiano un potentissimo effetto evocativo. La sensazione deriva dall'interazione delle molecole con i gli opportuni recettori chimici presenti nella zona nasale: non è che le molecole sono profumate o puzzano, ma la loro interazione con i nostri recettori fa si che percepiamo un odore piuttosto che un altro. In genere associamo la sensazione dell'olfatto con l'aria, anzi saremmo tentati di pensare che l'aria è l'indispensabile vettore della sensazione, cosa che invece è sbagliata, anche se la presenza di una corrente d'aria facilità la mobilità delle molecole e quindi produce una sensazione più intensa.

Quando entriamo a casa o in ufficio riconosciamo subito l'odore caratteristico del nostro ambiente, lo stesso accade con gli astronauti che vivono sul nostro avamposto nello spazio, la ISS. Ma che odore ha lo spazio?

5 gennaio 2013

Quel Marte che non ti aspetti

Guardate l'immagine qui a destra. E' una riproduzione artistica di come la superficie di Marte potrebbe essere cambiata nel corso di milioni di anni fino a diventare quel deserto rossastro che conosciamo oggi. Marte potrebbe avere avuto molta più acqua sulla sua superficie di quanta fino a ieri immaginavamo.

A dircelo, in un articolo apparso on-line su Science proprio lo scorso venerdì, sarebbe un sasso, ma non uno qualunque, bensì uno dei circa cento sassi trovati sulla terra, ma che in realtà provengono dal nostro vicino di pianeta. La loro origine è drammatica, a seguito di un evento da impatto con un asteroide o con una cometa, pezzi di Marte sono stati scagliati nello spazio e dopo aver viaggiato per svariato tempo prima di tornare ad impattare sulla nostra Terra e venire poi ritrovati da quei curiosoni degli umani.

3 gennaio 2013

Signor Sulu, velocità Warp!

Quante persone avranno riconosciuto questa frase ormai famosissima? Ebbene, in un futuro più o meno lontano potrebbe non essere più fantascienza. A quanto pare infatti la NASA sta lavorando su un progetto di motore WARP, che sfrutterebbe proprio una deformazione indotta sullo spaziotempo come nella classica serie di fantascienza.

Cerchiamo di capire in parole semplici come potrebbe essere possibile.

Lo spunto iniziale viene da un articolo pubblicato nel 1994 da Miguel Alcubierre sulla nota (nell'ambiente dei relativisti) rivista Classical and Quantum Gravity. In questo articolo, di cui non vedremo i dettagli perché estremamente tecnico, si analizza la possibilità per un'astronave di viaggiare a velocità "arbitrariamente grandi". I più smaliziati diranno subito: e il limite della velocità della luce imposto dalla relatività? Ebbene, secondo l'autore questo limite si puo' evitare.

11 novembre 2012

La versione russa del nastro americano

Ho già parlato più volte dell'importanza del nastro adesivo negli esperimenti di fisica in laboratorio. Il cosiddetto UPA (universal physical adapter) è un elemento chiave che non può mancare in un esperimento serio, così come la colla a caldo accompagnata dall'attack non può mancare dove si fanno riparazioni. Il top del top è rappresentato dal nastro americano che riesce veramente ad essere utile in tutte le situazioni d'emergenza. Ho visto persino aggiustare temporaneamente una perdita di vuoto utilizzando un rappezzo di nastro americano.

Forse non tutti conoscono la versione sovietica del nastro americano, io ne ho sentito parlare solo recentemente grazie alla rubrica Le storie di nonno Apollo di Paolo Amoroso all'interno del podcast Astronauticast che è sempre un piacere ascoltare. Paolo racconta storie di astronautica dal sapore vintage e che riascoltate ai nostri giorni assumono un'aurea di epicità davvero unica.

Nell'ultimo episodio Paolo ha raccontato la storia di Leonid Aleksandrovich Voskresenskiy, del suo berretto e della sua ingegnosità nel risolvere i problemi. L'evento è documentato nei dettagli nel libro Rockets and People: Hot days of the cold war (epub, mobi, pdf), ma per chi si accontenta di un racconto aneddotico, riporto, con parole mie quanto è successo.

Mancavano poche ore al celeberrimo lancio di Yuri Gagarin e tutti erano indaffarati nei preparativi, ma oltre al lancio del Vostok erano anche impegnati nel lancio del primo missile R-9. Il nostro Leonid era impegnato proprio in questo secondo incarico e aveva il compito di assicurarsi che un sistema di controllo, caricato con olio combustibile non avesse alcuna perdita perché un'eventuale fuoriuscita di ossigeno liquido avrebbe potuto innescare una reazione poco piacevole.

A quindici minuti dal lancio, Leonid che scrutava la rampa di lancio da un periscopio, fa bloccare il conto alla rovescia dopo aver avvistato un'abbondante perdita di ossigeno liquido. Insieme ad un altro escono dal bunker lasciando tutti in attesa. Dal periscopio, li vedono avvicinarsi alla perdita, confabulare, nascondersi dietro un muretto e poi chiudere la perdita con un non meglio precisato straccio.

Leonid e socio rientrano e danno luce verde per procedere, in quel momento di tensione, nessuno fece caso al fatto che Leonid non indossava più il berretto che portava abitualmente. Il lancio avvenne e fu un mezzo successo, infatti solo il primo stadio portò a termine la missione. Quando fu tutto finito, i colleghi domandarono a Leonid come avessero fatto a sistemare la perdita e lui candidamente rispose che si era tolto il berretto, buttato per terra e fatto sopra la pipì insieme al collega. A quel punto hanno posizionato il panno bagnato sul tubo con la perdita. L'ossigeno liquido, essendo a temperature criogeniche, ha subito congelato il berretto umido agendo da tappo. Semplicemente geniale.

Immaginate l'ilarità dei colleghi, amplificata dal fatto che più tardi Leonid uscì alla ricerca del suo berretto, lo lavò e se lo rimise in testa!

15 ottobre 2012

Le spirali intorno alle stelle

Osservazioni utilizzando ALMA hanno mostrato
un'inattesa struttura a spirale nel materiale
intorno alla vecchia stella R Sculptoris. Questa caratteristica
non era mai stata vista prima ed è probabilmente causata
da una stella compagna invisibile che le orbita intorno.
Credit: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)
Guardate l'immagine riportata qui a lato, potrebbe sembrare l'imitazione di qualche scena da un film fantasy o dal Signore degli Anelli, invece è una stella, chiamata R Sculptoris con una spirale di materiale che la circonda.

L'immagine ci arriva grazie alle antenne paraboliche del radio-telescopio ALMA attualmente in fase di costruzione sull'altopiano desertico di Atacama in Cile. Nonostante non sia ancora ultimato, le varie antenna già entrate in funzione hanno catturato i segnali radio provenienti da quella stella in particolare e hanno inviato quanto ricevuto ad un computer centrale, che come quei software che ricostruiscono i paesaggi da singoli scatti, ha messo insieme tutte le informazioni per ottenere l'immagine completa. Immagine va interpretato in senso esteso, perché le antenne di ALMA non sono in grado di percepire la luce nello spettro visibile, ma onde radio e quindi per visualizzarle si è resa necessaria un'ulteriore manipolazione.


1 ottobre 2012

Fiumi su Marte

Image credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS 
Quante volte ci siamo divertiti a far rimbalzare sul pelo dell'acqua i sassi, specie sui tranquilli e cristallini laghi di montagna. Il trucco è scegliere i sassi piatti che offrono una grande superficie di contatto con l'acqua e relativamente poca massa. L'ideale sono i sassi che si trovano nei fiumi, levigati dallo scorrere di migliaia di litri di acqua... Ora, se non ne dovessimo trovare più sulla Terra, potremmo sempre prendere un paio da Marte!

A parte gli scherzi, Curiosity, il rover grosso come un'automobile e che si porta dietro un intero laboratorio scientifico che abbiamo inviato sul pianeta rosso, sta guadando un fiume, o meglio quello che nel passato doveva esserlo e la prova è proprio in quei sassi piatti che troviamo anche qui sulla Terra.

Che ci fosse stata acqua su Marte non è certo una novità. Un conto però è avere acqua nel sottosuolo, oppure qualche molecola sparsa qua e là, un fiume però è tutta un'altra cosa. In questa immagine gli scienziati hanno riconosciuto tutti gli elementi che caratterizzano le rocce dei greti dei fiumi: a parte il ciottolato fine e piatto che vedete nella parte sinistra dell'immagine, anche quella sporgenza racchiusa nel cerchio con i suoi bordi levigati è chiaramente di origine fluviale.

Continua così, Curiosity e non smettere di stuzzicare la nostra curiosità!

21 agosto 2012

La Chioccetta per l'aia azzurra va col suo pigolio di stelle...

Le Pleiadi, Agosto 2012
Dopo un  lungo corteggiamento da parte del carissimo Toto, mi sono deciso finalmente a scrivere un breve e sicuramenete incompleto articolo sull'astrofotografia.

Non sono assolutamente un esperto e sicuramente qualcuno tra i lettori del blog e' molto piu' titolato di me nello spiegarvi la tecnica e la teoria che stanno alla base di questo curioso e sopratutto costoso hobby.

Veniamo quindi alla strumentazione che normalmente utilizzo per effettuare fotografie.
Lo strumento principale, quello tramite il quale effettuo le riprese e' un telescopio rifrattore da 80 mm apocromatico, che utilizza una lente in FPL-53, un vetro particolare a bassissima dispersione. Montato sul telescopio principale vi e' un altro telescopio riflettore a schema Maksutov da 90 mm, che viene utilizzato come strumento di guida, necessario per permettere al sistema di seguire il moto apparente della volta celeste. Il tutto è caricato su una montatura che ha una capacita' di carico di circa 15 kg; quest'ultima è comandata da un computer ed in grado di puntare, tramite software adeguato (Stellarium, Cartes du Ciel per citarne due non commerciali) qualsiasi punto del cielo. La montatura ha inoltre il delicato compito di effettuare l'inseguimento dell'oggetto da fotografare, seguendo le correzioni comunicate dalla camera dello strumento di guida. Completano il sistema quattro camere per la ripresa: una vecchissima e gloriosa EOS 300D (con la quale è stata effettuata la foto qui sopra), un CCD monocromatico raffreddato con una Peltier, completo di ruota portafiltri e filtri LRGB (per riprese in tricromia), una camera CMOS da 1Mpixel monocromatica, utilizzata per l'inseguimento ed una Lifecam HD-6000 Microsoft che sto modificando in questi giorni e che mi sta dando parecchie soddisfazioni.

La ripresa delle Pleiadi, che potete vedere qui sopra, e' stata effettuata con la EOS 300D, sotto un cielo abbastanza  inquinato dalla luce, con circa 30 minuti di integrazione (pose da 120 secondi ad 800 ISO).

Nel prossimo post provero' ad affrontare con voi uno dei crucci che affliggono chi si deve muovere, come me, per cercare dei cieli "buoni"; lo stazionamento della montatura.