Qualche giorno fa ha fatto capolino sulla stampa nazionale (qui Repubblica.it), un'iniziativa di un gruppo di scienziati con lo scopo di boicottare le riviste scientifiche a pagamento. Cerco di spiegare i fatti per chi non è così addentro nel merito della situazione. Quando un ricercatore porta a termine un suo lavoro, la conclusione naturale è quella di scrivere un articolo con il quale annuncia alla comunità scientifica i risultati ottenuti. In genere la fase di scrittura è molto importante, non solo perché di fatto rende pubblici i risultati, ma anche perché aiuta i ricercatori a mettere i puntini sulle i, ad analizzare nella loro completezza i numeri trovati e rendere comprensibile ad una comunità più vasta il proprio lavoro.
Non immaginatevi articoli che vengono inviati ai giornali in edicola. Si tratta di rapporti, scritti con un linguaggio piuttosto tecnico che vengono inviati per pubblicazione a riviste altamente specialistiche che si occupano di un campo dello scibile umano generalmente molto ristretto. Le riviste più prestigiose sono generalmente peer-reviewed, ovvero prima di essere pubblicato ogni articolo viene inviato ad un certo numero di altri eminenti scienziati (referee) nel settore per una approfondita lettura, la richiesta di chiarimenti ed eventuali correzioni. L'editore inoltra in forma totalmente anonima i commenti dei referee agli autori che rispondono alle critiche, fanno le correzioni necessarie e così via... Fin tanto che tutti sono d'accordo che quanto scritto è scientificamente corretto, ovvero che lo studio è stato svolto secondo i criteri del metodo scientifico e non ci sono evidenti errori o ancor peggio truffe. Spetterà poi al resto della comunità scientifica, se lo ritiene opportuno, ripetere l'esperimento pubblicato per verificarne i risultati.
In genere le riviste non fanno pagare gli autori (non sempre, in alcuni casi chiedono un contributo alla pubblicazione, specie se contengono immagini e grafici a colori), ma chiedono un trasferimento di proprietà intellettuale. Ovvero una volta che il tuo articolo è stato pubblicato sulla rivista A, non può più essere pubblicato (identico) sulla rivista B; in effetti avrebbe anche poco senso. Parimenti non offrono nessun compenso ai referee, che si ritrovano un lavoro, spesso non semplice, da fare gratuitamente. Ma chiedono un abbonamento alle varie università, enti di ricerca, istituti, biblioteche specialistiche che vogliono mettere la rivista a disposizione dei propri lettori. E gli abbonamenti non sono certo economici! Anzi negli ultimi anni sono sempre andati a salire!
La questione dell'abbonamento è divenuta ancora più accesa da quando il grosso degli accessi è effettuato on-line. In altre parole, tutte le riviste prevedono che l'autore invii un PDF del proprio manoscritto già nel formato esatto della rivista, che finisce tale e quale all'interno del volume. Ma finisce anche sul sito internet della rivista che lo mette a disposizione degli abbonati. Da quando faccio il lavoro dello scienziato, credo di essere andato a prendere un articolo in biblioteca non più di un paio di volte, per il resto ci sono degli ottimi strumenti on-line (qui scopus) che ti permettono di tracciare gli argomenti di tuo interesse e di inviarti direttamente all'articolo in formato PDF. Ammesso che tu abbia pagato il canone di abbonamento.
L'operazione di boicottaggio, vuole sostenere l'accesso aperto e gratuito alle pubblicazioni scientifiche. In altre parole, visto che gli scienziati sono interessati principalmente alle copie elettroniche degli articoli che poi possono stamparsi comodamente dall'ufficio per studiarli, gli autori potrebbero inviare ad un comitato scientifico i propri lavori che verrebbero inoltrati per il lavoro di revisione gratuito ad altri pari e poi resi disponibili a tutti via internet. Potrebbe esserci un consorzio di università che offre l'hosting sul web (che costa sicuramente meno degli abbonamenti) e chiedere a qualche ricercatore di svolgere il ruolo di editore nell'accettare e smistare gli articoli.
Detta così sembra una win-win theory, ammesso che tu non sia un editore di una delle riviste a pagamento. Io personalmente resto un po' scettico. Per carità sono assolutamente d'accordo che in un periodo di crisi di finanziamenti sarebbe più importante avere soldi liquidi nei laboratori piuttosto che bloccati in abbonamenti. Il mio scetticismo dipende dal fatto che mentre una rivista a pagamento a tutto l'interesse a mantenere alta la qualità del materiale che pubblica, perché le biblioteche tendono a dismettere abbonamenti costosi a riviste di bassa qualità, una rivista gratuita potrebbe essere vista come qualcosa di più leggero, tanto non c'è niente da perdere. E' solo una mia impressione, senza nessun fondamento fattuale, ma non vorrei che a fianco di tentativi seri di organizzare una rivista open-access ci siano dieci o cento tentativi di truffa/frode, per il semplice fatto che tanto non costa nulla e non si rischia nulla. Mi spiego. Se faccio una ricerca su google circa un determinato argomento e tra i link trovo una referenza a Nature, o Physics Review, o qualsiasi altra rivista a pagamento, allora la prima impressione è quella di essere sicuro che si tratta di un lavoro di qualità, e la reazione successiva è quella di segnarmi la referenza per scaricarla dall'ufficio dove ho quasi sicuramente accesso alla versione integrale.
Non è solo una questione di prezzo, per me è soprattutto una questione di fiducia e di garanzia della qualità. L'iniziativa lodevole di boicottaggio deve essere affiancata da una manovra atta a costruire questa sensazione di fiducia, che da parte mia, al momento, è ancora debole.
Questa è solo la mia discutibile opinione e le vostre idee sono le benvenute.
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11 maggio 2012
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